biennale architettura 2018: freespace

Le due curatrici, architette irlandesi, Yvonne Farrell e Shelley McNamara, spiegano il tema di Freespace in termini di “offrire in dono spazi liberi” e “stimolando nuovi modi di vedere il mondo”, parlano delle “soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta”. Quelli di noi che dobbiamo sopportare l’architettura contemporanea ogni giorno potremo domandarci, dove vivono queste curatrici? C’è più. Freespace anche…”abbraccia la libertà di immaginare lo spazio libero di tempo e memoria, collegando passato, presente e futuro, costruendo sulle stratificazioni della nostra eredità culturale, legando l’arcaico e il contemporaneo.” Freespace non manca niente, qui tutto è a casa.

Ad esempio: nel padiglione egiziano ‘freespace’ è quello spazio occupato e utilizzato delle persone ‘non autorizzate’: venditori ambulanti, i senzatetto, gli emarginati. ‘Freespace’ è raro nelle grandi città, dove spazio è diventato sempre più privatizzato e controllato. Questo è uno spazio imprevedibile, a volta anarchico e fuorilegge, e in bisogna dell’infrastruttura per realizzarsi pienamente. Il padiglione russo parla del ruolo svolto dalle ferrovie per unificare l’enorme ‘freespace’ del paese, mentre il padiglione serbo rende omaggio al architetto serbo, Bogdan Bogdanović. A lui, ‘freespace’ è uno spazio filosofico per sviluppare idee d’architettura, particolarmente quelle che sono state alla base della città tradizionale. Meno inspirato è il contributo di un’agenzia svizzera, in cui ‘freespace’ è il rapporto tra il balcone e lo spazio interno di un appartamento.

Nel padiglione australiano la tema ‘freespace’ è interpretata come ‘natura’: un’installazione, dentro e fuori dal padiglione, di dieci mille piante dei diversi tipi delle erbe indigeni che erano comuni prima della colonizzazione europea, e ora sono quasi rari. Purtroppo gli australiani si sono dimenticati di portare a paio di giardinieri! Molte delle piante sembrano morti, particolarmente quelli a fuori. All’ultima Biennale Architettura una piscina era stata installata qui; che peccato non tenessero l’acqua!

L’installazione delle curatrici al Arsenale mostra le opere degli architetti che conoscono; è come una grande bancarella. (Un commentatore italiano l’ha descritto come una ‘mosceria deprimente’.) Io non voglio vedere questo alla biennale — architetti parlare delle loro opere — voglio vederli e gli altri parlare dell’architettura più ampiamente. La biennale non dovrebbe essere un EXPO. Allora, è una piacevole sorpresa di trovare la contribuzione dell’architetto spagnolo, Rafael Moneo, che ci offra una definizione di ‘freespace’ che è abbastanza profonda.

“La percezione dello spazio libero appare al momento quando l’edificio come artefatto lascia il posto, e lo spazio è senta come un’espressione della libertà, ci lascia dimenticare brevemente il mondo e la disciplina d’architettura. Paradossalmente, è la migliore architettura che ci lascia essere ignaro dell’ambiente costruito. L’architettura non è più lo spettacolo ma è soffuso dello spazio libero. Perciò lo spazio libero non deve essere confuso con l’idea di fare spazi secondo la libertà creativa dell’architetto, in cui la sua fantasia è prodotta senza costrizione. La libertà per un architetto si traduce spesso in la mancanza di libertà per gli utenti, tenuti prigionieri nell’architettura. Lo spazio libero appare quando l’architettura recede, nonostante la sua presenza fisica.” (Traduzione: la mia)

L’Altro spazio, Viaggio nelle aree interne dell’Italia da Mario Cucinella

Non guardo mai i video alla biennale, quindi dice qualcosa importante di L’altro Spazio, Viaggio nelle aree interne dell’Italia, che non solo ho guardato tutto di questo video di un’ora seduto su uno sgabello scomodo, ma anche sono tornato qualche giorno più tardi e l’ho guardato di nuovo seduto sullo stesso sgabello.

L’altro Spazio, Viaggio nelle aree interne dell’Italia SOMEONE and RAI

Nel video, Mario Cucinella, il curatore del padiglione italiano, viaggia nelle aree interne dell’Italia per ritrovare le tradizioni, l’antico sapere, le usanze formatesi lungo la storia millenaria di questo paese e che ne ‘costituiscono il vero DNA’. Ogni villaggio e città hanno la sua storia, i suoi problemi – spopolamento, industrializzazione fallita, danni di terremoti, ad esempio — ma anche una lunga storia di successo. Abbiamo avuto cinquanta anni delle periferie, commenta Cucincella, ma una tradizione millenaria di saper costruire lo spazio.

L’altro Spazio, Viaggio nelle aree interne dell’Italia SOMEONE and RAI

Quest’idea di saper costruire spazio, di ciò che costituisce la ‘urbana’ mi affascina. Non è ‘urbana’ come siamo venuti capirla in Australia — la città come metropoli enorme — questa è la città, compatta e conoscibile, il centro urbano di una comunità, accessibile a piedi, e dove nessuno è anonimo.

Scuola libera è spazio libera, curato da Branko Stanojević

La tradizionale idea della città è centrale anche nel omaggio a Bogdan Bogdanović, architetto, filosofo d’architettura, scrittore sull’urbanistica, una volta Preside dell’Architettura all’Università di Belgrado , una volta sindaco di Belgrado, e una volta membro del Comitato centrale a fino è stato espulso, a causa del suo attivismo anti-nazionalista e le sue critiche forti della politica di Slobodan Milošević.

Il punto di partire per la mostra è un disegno sulla parete in una stanza della cantina dell’abbandonata scuola rurale in un villaggio vicino a Belgrado, che dal 1976 al 1990 è stata la Scuola rurale per la filosofia dell’architettura di Bogdanović. Ora il disegno è installato nel padiglione serbo. Molti brevi saggi filosofici dal suo Cittabolario sono disponibili qui come pagine stampate, e cito alcuni esempi di sotto. (Cosa penserebbe un architetto di questi oggi?)

Le città di pietra erano belle, erano sagge, erano morali, proprio grazie alla aerea aura delle idee-immagini che la pietra emana. E per arrivare fino a quelle idee-immagini offerte, e che loro si trasformino alle rigidi forme edili, bisognava elaborare la tecnologia della pietra, la tecnologia quadrata com’è qualsiasi altra.

 Oggi sempre di più progredisce quell’invenzione particolarmente saggia che si chiama calcestruzzo, e quello che si chiama così è la cenere pietrificata, la cenere che la propria sete l’ha placata appena a metà. Il calcestruzzo è la materia senza gusto, odore e colore. A nessuno piace nemmeno toccare il calcestruzzo e quando lo tocca si scuote involontariamente…

Cosa sarebbe, diciamo, se all’improvviso l’Interpol arrestasse tutti gli urbanisti del mondo? Non succederebbe niente, credetemi — tutto sarebbe lo stesso. Le città crescerebbero mostruosamente come crescono, gli circuiti si intreccerebbero, l’erosione della tradizionale cultura cittadina continuerebbe con lo stesso ritmo, né più velocemente, né più lentamente, e non discutere dell’erosione dei destini umani.

…quando prestiamo il nostro uomo di periferia apprezzata dopo una cacofonia di significato delle forme architettoniche, che è a sua volta circondato, catturato, e rovesciate, ci accorgeremmo che non solo non si sente il mondo intero, non si vede nello specchio o vedere gli specchi di bellezza. Chiamiamo questo specchio ciò che vuoi: ambiente, ambiente, tradizione…

Il progetto per l’anti-monumento “il confine”, ideato con uno specchio grande, posizionato sul ponte tra la Repubblica Serbia e la Bosnia ed Erzegovina, sopra il fiume Drina. (Branko Stanojević)

le cappelle vaticane

C’è sempre qualcosa ironica con la Biennale Architettura: non c’è mai nessun’architettura. Disegni, foto, video, diorama, modelli, a volte macchine ed esempi delle materie architettoniche — ma non ci sono edifici…fino ad ora! Scopriamo le cappelle vaticane e l’Isola di San Giorgio allo stesso tempo. Troviamo l’isola meravigliosa, rafforza certe idee su Venezia che abbiamo.

 

Le dieci cappelle, grazie alla Santa Sede, sono progettate da architetti diversi e costruite nei giardini boscosi dell’isola. Dopo la biennale saranno demoliti e ricostruiti nei altri paesi. Ora che abbiamo scopriamo l’isola, ritorniamo quattro volte. Una volta guardiamo una troupe cinematografica registra l’apertura e la chiusura della cappella dal’australiano, Sean Godsell. I’isola è più bella nel pomeriggio. Alle sei, la personale cammina tra i giardini dicendo tutti che la mostra sta per chiudere, e le luci geometriche si accendono mentre andiamo verso il vaporetto.

 

Le nostre preferite…

Sean Godsell, Australia: un pinnacolo in metallo…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Teronobu Fujimori, Giappone: la luce sui muri è perfetto, il pavimento di ghiaia aggiunge struttura…

 

 

 

 

 

 

Norman Foster, Regno Unito: nei boschi, un viaggio meditativo dall’entrata all’altare con vista sulla laguna…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Smiljan Radic, Chile: con la porta chiusa, si può solo alzare gli occhi al cielo…

 

Eva Prats & Ricardo Flores, Spagna; inspirata da un russo disegno costruttivista, e bellissima…

poscritto della biennale: conversazioni con un architetto

meglio porco che fascista

la vita in campagna: i suoni

da Bologna a via Fani

grande nave, piccoli sogni

un pugno sul naso

Roma, il 21 gennaio, 1976

al mare

c’era una volta

alla ricerca del gerundio

di cibo e terra

l’8,53

all the world’s futures

cercare di non essere un turista a Venezia

andare in giro

campo di San Pietro 

 

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